Oltre la Cura: Yoga e la Visione Olistica della Salute a Confronto con il Modello Occidentale.

La medicina moderna spesso aspetta che la malattia bussi alla porta prima di agire. Ma esiste un’antica tradizione che non solo cura, ma previene: lo yoga. Questo articolo esplora come lo yoga, ispirandosi anche alle tecniche di cura del Giappone anche moderno, offre un paradigma di salute radicato nella prevenzione e nel mantenimento, a netto contrasto con l’approccio prevalentemente reattivo dell’Occidente.

In Occidente, la medicina tende (ripeto, tende, non è che non si consideri la prevenzione) a essere episodica e reattiva: il trattamento inizia solo dopo la diagnosi. Questo modello, sebbene efficace nel gestire molte malattie acute e croniche, spesso trascura l’importanza della prevenzione continua e del benessere globale. Al contrario, in Oriente, particolarmente in India e Giappone, la prevenzione è un pilastro della medicina. Pratiche come lo yoga, l’Ayurveda, e la medicina tradizionale giapponese (Kampo) si concentrano sul mantenere un equilibrio quotidiano tra corpo e mente.

Lo yoga non è solo una serie di pose su un tappetino; è anche un approccio alle cose e alla vita. Mentre la terapia occidentale si rivolge spesso a specifiche malattie o disturbi, lo yoga offre un sistema integrato per il benessere che considera un tutt uno mente, corpo e spirito, cercando di mantenere questo rapporto costante ed equilibrato in ogni età.

Ad esempio gli integratori possono essere utili, ma dovrebbero essere proprio questo: un’integrazione, non una sostituzione. Non è quindi possibile pensare di utilizzare costantemente tutta la vita integratori, apparte i casi in cui non sia presente una effettiva patologia cronica che lo richieda.

Lo stesso discroso vale ad esempio per la fisioterapia o tecniche affini. Anche se la fisioterapia è cruciale per il recupero post-infortunio, o per operare su stati infiammatori particolari, non è concepita come una pratica quotidiana preventiva come lo yoga. Prendere il rapoorto fisioterapico come l’andare in palestra non è certo lo spirito con cui i fisioterapisti si muovono nei loro trattamenti sanitari (apparte quei casi in cui lo stesso fisioterapista è un esperto di Yoga o altre discipline assimilabili e utilizza quindi queste tecniche in un percorso, ma è appunto un percorso che ha un suo decorso).

La distanza tra la filosofia di cura orientale e quella occidentale è notevole, ma l’integrazione di pratiche preventive come lo yoga nel tessuto quotidiano della vita occidentale potrebbe ridurre questa discrepanza, promuovendo un approccio più olistico e sostenibile alla salute.

Incorporare quindi lo yoga nella propria routine quotidiana non è solo un modo per mantenersi in forma, ma una strategia complessiva per vivere meglio. Perché non iniziare oggi stesso a guardare oltre la cura, verso un futuro di salute continua e preventiva?

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Gli Yogasutra di patanjali. Un punto di vista tra storia e modernità delle tecniche descritte negli otto rami dello Yoga Classico.

Gli Yogasutra di Patanjali sono considerati uno dei testi fondamentali dello Yoga Classico, un antico sistema filosofico e pratico nato in India millenni fa. Questi sutra, brevi aforismi che trattano degli insegnamenti dello yoga, sono stati scritti dal saggio Patanjali probabilmente nel II secolo a.C. e offrono una guida completa su come raggiungere lo stato di yoga, o unione con il divino. In questo articolo esploreremo la storia e il significato degli otto rami dello Yoga Classico descritti nei Yogasutra, nonché la modernità delle tecniche presentate da Patanjali e la loro rilevanza nella pratica contemporanea dello Yoga.

Gli otto rami dello Yoga Classico, come descritti da Patanjali, sono Yama, Niyama, Asana, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dhyana e Samadhi. Questi rami costituiscono un percorso graduale che porta alla realizzazione del Sé superiore e alla connessione con il divino. Ogni ramo ha il suo significato e la sua importanza nella pratica dello yoga, che non è solo un insieme di posture fisiche ma un sistema completo di trasformazione interiore.

Nonostante siano stati scritti millenni fa, gli Yogasutra di Patanjali conservano una straordinaria modernità nelle tecniche descritte. Le pratiche di meditazione, consapevolezza, controllo del respiro e concentrazione proposte da Patanjali sono ancora attuali e rilevanti per affrontare lo stress e l’ansia della vita moderna. Gli insegnamenti di Patanjali possono essere applicati con successo anche oggi, offrendo benessere e equilibrio a chiunque decida di seguirli.

Tra i numerosi sutra che compongono gli Yogasutra di Patanjali, tre in particolare parlano della pratica delle Asana, le posture fisiche dello Yoga. Questi sutra offrono preziose indicazioni su come praticare le Asana in modo corretto e consapevole, per ottenere benefici fisici, mentali e spirituali. Ecco la traduzione di questi tre sutra dal sanscrito:

Sutra 2.46: "Sthira sukham asanam" – "Una posizione stabile e piacevole è l’Asana"
Sutra 2.47: "Prayatna saithilya ananta samapattibhyam" – "La perfezione nella posizione si raggiunge rilasciando lo sforzo e fondendosi nell’infinito"
Sutra 2.48: "Tatah dvandva anabhighatah" – "Dalla pratica costante delle Asana, si ottiene la capacità di resistere agli opposti senza essere disturbati"

Evidentemente questi tre sutra vanno letti con gli occhi del praticante esperto considerando ogni affermazione nel contesto delle singole posizioni.

Nella società moderna, sempre più frenetica e stressante, la pratica dello Yoga assume un ruolo sempre più significativo per mantenere l’equilibrio e il benessere fisico e mentale. Gli insegnamenti di Patanjali ci ricordano l’importanza della disciplina, della consapevolezza e della meditazione per affrontare le sfide quotidiane e ritrovare la pace interiore. La pratica dello Yoga non è solo un’attività fisica, ma un percorso di crescita e trasformazione personale.

Gli Yogasutra di Patanjali sono un tesoro di saggezza antica che continua a illuminare e ispirare le pratiche dello Yoga contemporaneo. I suoi insegnamenti sul controllo della mente, la disciplina del corpo e la ricerca della verità interiore sono più attuali che mai e offrono una guida preziosa per chiunque desideri intraprendere un cammino di consapevolezza e autorealizzazione. Che si tratti di praticare le Asana, di meditare sul respiro o di coltivare la virtù, gli insegnamenti di Patanjali ci accompagnano lungo il sentiero dello Yoga, offrendoci strumenti per affrontare le sfide della vita moderna con equilibrio e serenità.

Vinyasa Yoga Metodo Modernyoga, il Manuale ufficiale appena uscito.

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Grazie all’Editore Visioner di Rimini è in uscita il manuale di Vinyasa Yoga Metodo Modernyoga. Moltissimi consigli e soprattutto il modo in cui apprendere (ed insegnare) il Vinyasa Yoga. Dati tecnici, storia ed aneddotti, oltre ad un ampio corollario tecnico sono i contenuti su cui si è concentrato l’autore: Simone Faedi, codificatore del metodo e insegnante di Vinyasa Flow ed Ashtanga Yoga oltre alle tecniche di Yoga più diffuse. Potete acquistare il testo direttamente dal sito dell’editore, oppure richiederlo direttamente nelle sale dove si pratica col Metodo Modernyoga.

Un Manuale pratico e teorico con quale avvicinarsi e comprendere la tecnica del Vinyasa Yoga moderno attraverso il Metodo Modernyoga.

COMPRENDERE IL VINYASA YOGA

– Come praticarlo e come proporlo col metodo Modernyoga

– Istruzioni tecniche sulle Asana

– Storia e filosofia del Vinyasa Yoga

– Costruzione delle sequenze di Asana

– Metodo di approccio e apprendimento

– Esempi e schede di pratica

codice ISBN978-88-947292-0-7

Il Vinyasa Yoga, come affrontare il flow, metodo modernyoga.

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Tratto dal Manuale di Simone Faedi – Vinyasa Yoga Metodo Modernyoga – Manuale di pratica.

Questo breve articolo ha lo scopo di fornire alcuni spunti ai praticanti di Yoga dinamico, nello specifico ciò che oggi va sotto il nome di Vinyasa Flow Yoga. Premetto che lo Yoga è sempre Yoga, in qualsiasi forma lo pratichiate e lo interiorizzate. Il Vinyasa è semplicemente una tecnica con cui si affronta la sconfinata famiglia di pratiche dell’Hatha Yoga, in relatà è più di una tecnica, ma per il discorso che andiamo ad afforntare in questo articolo limiteremo la visione appunto alla tecnica. Tecnicamente oggi traduciamo Vinyasa con il termine “azione in sincronia col respiro”, pur essendo una traduzione molto limitata di ciò che si intende per Vinyasa, può essere sufficiente a capirne l’approccio nello Yoga del movemento del corpo. Quindi il Vinyasa impone una respirazione profonda in sincronia con il flusso delle asana (posizioni) che possono essere più o meno sfidanti per il corpo. Già questa implicazione risulta estremamente complessa quando applicata alla pratica, eppure è la base per comprendere davvero cosa sia un “rituale” di Vinyasa come lo intendeva Krishnamacharia. Utilizzeremo degli estratti del manuale di pratica di ModernYoga Vinyasa redatto da Simone Faedi.

<Da ModernYoga Vinyasa Manuale di pratica>

Vinyāsa (/vɪnˈjɑːsə/ vi-NYAAH-sa;Sanskrit: विन्यास)

Il termine vinyāsa può essere diviso in due radici sanscrite per individuarne il significato. Nyasa significa “mettere/sistemare” e vi significa “in maniera particolare/precisa/speciale”.  Come molte parole sanscrite, vinyāsa è un termine che può avere molti significati.

(tradotto liberamente da Wikipedia)

Questo “sistemarsi in maniera speciale” è anche l’inserire sezioni dinamiche all’interno delle sequenze di asana (posture statiche) o anche Pranayama (sistemi di respirazione) . Al di là della definizione letterale col temine Vinyasa oggi vengono indicate diverse cose:

  1. Il movimento legato al respiro;
  2. Sequenze di movimenti (col respiro) che uniscono posture (asana). Ad esempio nella pratica dell’Ashtanga Vinyasa Yoga di Pattabhi Jois nelle posture tenute a terra, terminato lo stazionamento di 5 respiri in una data asana, è tipico fare un cosiddetto Vinyasa cioè: (samastitihi) salto indietro, piegamento, cane faccia in su, cane faccia in giu, salto in avanti, (samastitihi);
  3. Il conteggio di ogni inspiro ed espiro per raggiungere una postura specifica nell’Ashtanga Yoga ed in generali negli stili da esso derivanti;
  4. Stili di Yoga che prevedono sequenze in movimento.

Un tipico esempio dell’uso del Vinyasa (movimento e respiro coordinato) è quello che possiamo trovare nel Surya Namaskara (il saluto al sole) dove nel modo usato nell’Ashtanga Vinyasa Yoga (saluto al sole A o B), le posture o i gesti di passaggio hanno la durata di un inspiro o espiro, con la presenza di salti, oltre ad un’Asana invece che viene mantenuta per più respiri (il saluto al sole comunque con piccole differenze viene proposto anche nell’Hatha tradizionale con la medesima logica del Vinyasa).  Si tenga presente comunque che il saluto al sole coordinato dal Vinyasa ha radice Tibetana, molto prima della codifica dell’Ashtanga Yoga.

Per capire veramente cosa il Vinyasa rappresenta, la fonte più autorevole cui attingere per noi occidentali è senza dubbio il Maestro Krishnamacharya, forse il più importante Maestro per la comprensione dello Yoga contemporaneo (Maestro di Pattabhi Jois, il creatore dell’Ashtanga Yoga e di B. K. S. Iyengar ). I contributi in questo senso sono molteplici e ne accenneremo nella parte storica, per ciò che riguarda la tradizione del Vinyasa proviene senza dubbio dallo Yoga Tibetano/Kashmiro di matrice Tantrica, dove il movimento associato al respiro è alla base di molte pratiche (si vedano i 5 Riti Tibetani o quello che viene definito Yantra Yoga).

L’idea di Krishanamacharia del Vinyasa era diversa da quella che oggi è consueta in occidente, non che quella occidentale sia errata nella sostanza, ma al momento attuale tende ad incorporare solo il movimento ed il corpo fisico, mentre quella originaria aveva un contesto molto più articolato perpetuando l’applicazione degli otto rami degli Yoga Sutra di Patanjali[1].


[1] Yoga Sutra di Patanjali” è una raccolta di versi scritti tra il II A.C. e il IV D.C. che sono la base dello Yoga Classico come oggi lo intendiamo, suddiviso in 8 rami (ashtu-anga): comportamenti verso sé stessi e gli altri, posture, respirazione, ritiro dei sensi e tre stati interiori chiamati concentrazione, meditazione ed enstasi.


Il Vinyasa come consapevolezza in movimento, l’approccio al metodo M.Y.V.

Alla domanda quale sia la maniera corretta di afforntare le asana o una sequenza durante la pratica spesso si sente parlare di allineamenti, attivazione dei bandha[2], progressione e coerenza della funzionalità delle posizioni. Tutte cose assolutamente  corrette, tuttavia a volte si dimentica il passaggio fondamentale dell’approccio allo Yoga e alle cose della vita in genere: la consapevolezza, l’intenzione con cui si svolge un compito.

L’intenzione consapevole contraddistingue l’atto dello Yogin da quello comune, cioè, un atto compiuto con la conoscenza delle implicazioni energetiche, morali, funzionali/fisiche, possiede un potere enorme. In conseguenza di questa affermazione risulta evidente che l’efficacia non dipende tanto dal cosa si fa, ma il come agisce la nostra consapevolezza in quel gesto a prescindere dalla natura tecnico pratica del gesto stesso.


[2] Bandha letteralmente significa chiusura in sanscrito, sono dei punti del corpo fisico corrispondenti a chakra, di solito il primo, il terzo ed il quinto, nei quali, attraverso la pressione muscolare si produce una depressione/chiusura che ha lo scopo di non fare fuoriuscire l’energia contenuta in quel punto verso l’esterno.


Così possiamo applicare questa formula alla posizione fisica dell’asana, non conta quanto estrema, acrobatica o “semplice” sia la nostra asana, o quanto la nostra apnea sia polungata o corta, conta l’approccio mentale ed intenzionale del praticante a quella data azione. L’azione dello Yogin è mirata al miglioramento personale, al benessere fisico e mentale, alla liberazione. Se lo Yogin approcciasse la sua azione allo scopo di avere la “tartaruga addominale” o il “gluteo scolpito” non farebbe niente di male, ma oltre ad essere fuori dalla logica dello Yoga, depotenzierebbe immensamente la sua azione, operando nell’incosapevolezza.

Non siamo nè bravi, nè  scarsi, siamo e basta.

Questo approccio nel concreto della pratica delle asana, si traduce in efficacia dell’azione sul proprio corpo e soprattutto nell’evitamento di traumi e dolori per avere “tirato” troppo l’asana, oppure non ricevere nessun benificio dalla pratica perché convinti di non riuscire a fare la posizione “come dovremmo farla” e quindi rinunciado all’azione. La stragrande maggioranza dei danni fisici provocati dalla pratica sono correlati proprio a questo atteggiamento purtroppo. La prima regola per ogni praticante e insegnante è il rispetto delle prerogative di ognuno e il preservare i corpi dai danni di una ricerca morbosa dell’asana “perfetta” nella performance, atteggiamento assolutamente fuori dallo Yoga.


Dunque è necessaria pazienza, costanza ed ascolto del prorpio corpo, alla ricerca di silenziare la mente in tutti i suoi input ingannevoli come il velo di maya nella nostra realtà. Non ce la faccio, non sono al livello della classe, dovrei praticare tutti i giorni altrimenti non sono bravo, sono tutti atti ingannevoli della nostra mente, solo l’ascolto silenzioso del nostro corpo e la guida ferrea e produttiva della nostra mente (buddi) ci porterà ad una corretta azione nella nostra pratica quotidiana di asana, ma soprattutto nella vita.

Simone Faedi

Yoga pratico, per superare i tuoi limiti devi prima conoscerli.

Capita spesso di sentire nelle classi di Yoga, o più in generale nella vita, la frase: “voglio superare i miei limiti”, sembra diventato il vero mantra del XXI secolo, una continua rincorsa al “super”. Partiamo da un presupposto, spesso sono i nostri limiti ad identificare la nostra natura, infatti sono proprio i “limiti” a definire i nostri parametri esistenziali. Una vita senza limiti, sarebbe immortale e immorale, quindi filosoficamente e praticamente, non sarebbe una vita, essendo immortale, ma apparte questo assunto su cui bisognerebbe aprire un capitolo apparte, basta rimanere sulle cose semplici che tutti i giorni facciamo. Molto spesso pensiamo che il nostro limite sia superare una data barriera di tempo, di peso sollevato, di secondi stati in apnea, eppure stiamo facendo una cosa che ci piace, ci da gusto, ci sembra ci rappresenti. E’ evidente che facendo una cosa che è nella nostra comfort zone non stiamo superando nessun limite, eppure, siamo convinti di farlo. L’indulgere nelle cose che ci piacciono e portarle al parossismo Carlos Castaneda ci direbbe che è un atteggiamento morboso che non aggiunge niente al nostro percorso iniziatico, anzi, lo blocca. Nello Yoga si dice che attraverso la pratica costante (di tutto lo Yoga, non solo delle asana) si raggiungono dei “poteri”, siddi, come l’ubicuità  o l’invisibilità ad esempio, tuttavia gli yogin sono esortati a non indulgere in questi “poteri”, perchè semplicemente conseguenze dell’evoluzione dello Yogin che comunque mira alla liberazione, non certo ai poteri. Indulgere in questi siddi, quindi ci blocca, anche se camminassimo sulle acque, non avremmo raggiunto nulla di significativo per il nostro percorso esistenziale. Molto spesso anche incosapevolmente cadiamo in questo circolo vizioso di insistere, forzare (un’asana, una meditazione, un rapporto personale), convinti di superare un limite, mentre invece stiamo solo alimentando il limite stesso. Mi vengono in mente allievi che nelle classi di Yoga spingono le asana “sfidanti”  perchè magari particolarmente atletici, convinti di superare chissà quale limite, poi messi in shavasana (la posizione stesa a terra del cadavere) non riescno a stare immobili per più di 30 secondi, ovviamente non riconoscono un limite nel fatto di non riuscire a stare immobili e concentrati, perchè fissati sulla performance, il loro autentico limite. Spiegare a se stessi che il superare i propri limiti è mettersi in discussione e non indulgere in ciò che ci viene bene, è la vera sfida di qualsiasi percorso iniziatico, quale lo Yoga può essere. Se toccare qualcuno che non conosciamo ci mette a disagio, quella è una sfida da superare, anche semplicemente abbracciare uno sconosciuto può essere superare un limite, non fare meglio ciò che già si fa bene, o che sentiamo come “nostro”. Quando una cosa ci riesce, dovremmo andare verso la comprensione di ciò che ci manca, che ci completa, non indulgere in quel loop creato dal merito che noi stessi o l’ambiente intorno a noi ci ha dato. Ognuno di noi può essere qualsiasi cosa, basta non confondere ciò che siamo con ciò che facciamo.

Yoga come cura del nostro corpo (e della mente).

Spesso si fa l’errore di considerare necessaria una cura quando insorge una patologia. Invece il “prendersi cura” del proprio corpo presuppone l’esatto opposto, cioè raggiungere uno stato di equilibrio tale per cui la probabilità di insorgenza di patologie è ridotta al minimo quando siamo in stato non patologico. Lo Yoga è un sistema psico/fisico molto efficace nel prendersi cura del sistema corpo e mente, in particolare nei casi in cui “pensiamo” di stare invecchiando. Guardando gli anziani passeggiare al supermercato spesso mi rendo conto che quell’andatura claudicante, quella lentezza dei movimenti, quel “vedersi” vecchio, deriva spesso da patologia, ma non si fa mai un’analisi sulla derivazione di quella patologia: come è insorta? Quale è lo stile di vita? Quanto e che tipo di moto si svolge? In tanti casi sento dire “vado a camminare” (dove il presupposto è vado a camminare perchè sono oramai vecchio e attività troppo “competitive” non fanno per me), detto da persone di 50 o 60 anni. A queste età (e anche oltre) si può fare ancora tutto, a costo che non ci siano problemi di tipo medico (osteoporosi, problemi cardiaci gravi ecc…), allora le cose devono essere più monitorate, ma la malattia parte in primo luogo dal sentirsi malato. Tornando al supermercato l’altra osservazione che ogni volta faccio è quella del carrello di queste persone che “appaiono anziane”; purtroppo è evidente la scarsissima propensione ad essere attenti a ciò che si inserisce nel proprio corpo, questo si che è un motivo di malattia. Come dimostrato ormai da tantissimi studi e dalla vita comune di tanti, una corretta alimentazione (corretta non vuole dire: dieta dimagrante, integratori e cose simili, ma corretta per la tipologia di corpo della persona.. e ognuno è diverso) è necessaria a prendersi cura del nostro corpo e anche a curare patologie. Non solo per le persone “anziane”, ma si può dire la stessa cosa per sportivi, performer ed in generale chiunque utilizzi il corpo per vivere, quindi tutti. E’ evidente che bisogna rivolgersi a persone qualificate ed evitare formule fai da te, tuttavia, tante cose di buon senso possono essere fatte senza grandi sforzi (le solite cose: verdure di stagione, preferire prodotti biologici “veri”), ma soprattutto avere un approccio proattivo alla propria vita decidendo di prendersi cura di sè. Lo Yoga ci da moltissime formule, essendo una pratica pragmatica e non religiosa, praticare hatha Yoga è sempre una buona soluzione e anche in età avanzata si può tranquillamente praticare quello dinamico come l’ashtanga o il vinyasa, non ci sono limiti, se non quelli che ci imponiamo… sempre rispettando il nostro corpo ed i nostri tempi. L’integralismo, il volere la performance a tutti i costi è deletereo esattamente come non prendersi cura di sè stessi. Cerchiamo il flusso naturale della nostra vita facendo cose che possiamo fare (e possiamo fare cose che non ci aspettiamo), senza porci limiti, non quelle che siamo convinti che dobbiamo fare o che ci convinciamo non siamo in grado di fare.

Simone Faedi

Il giusto tempo nelle pratiche in Vinyasa come Ashtanga, troppo veloce o troppo lento?

Lo so… i post tecnici piacciono poco, ma ogni tanto hanno una loro utilità. Mi soffermo spesso sulla valutazione di come debba essere cadenzato il ritmo  una pratica, per ogni persona può essere soggettivamente diverso, ma esistono alcuni “standard”, non dettati da leggi senza senso scolpite sulla roccia del dogma, ma semplicemente logici. Parliamo di Vinyasa, quindi una pratica (sia essa vinyasa flow o Ashtanga Yoga) che ha di fondo una logica chiara, il movimento in stretta connessione col respiro, ma facciamo chiarezza su questo punto. Ho scritto un piccolo testo dove parlavo proprio della storia e da dove proviene il Vinyasa, questo fa parte dello Yoga lato nord dell’India (dove peraltro fa freddo) ed il “saluto al sole” è il perfetto prototipo del vinyasa, cioè ad ogni inspiro ed espiro corrisponde un’asana o un movimento preciso. Esistono vari sistemi di Hatha Yoga che hanno adottato questa tecnica, tra cui anche l’Ashtanga Yoga del Maestro Pattabi Jois, dove le asana in genere vengono tenute per un tempo breve (5 respiri) proprio per non interrompere il flusso (stessa cosa nel vinyasa Flow), rispetto all’Hatha “tradizionale” dove le asana vengono tenute  3-5 minuti (quindi con un principio di flusso totalmente diverso). A questo punto sorge il dubbio, ma quanto deve essere rapido o lento il movemento della pratica? Ci sono vari parametri che ci possono guidare, ma in particolare mi piace riferirmi a dati “oggettivi” trasmessimi da grandi Maestri che di questo tema ne hanno parlato, se non in testi editi, durante i Teacher training che ho svolto. In primo luogo mi voglio rifare ad una frase citatami dal Maestro Giuliano Vecchiè rispetto a una grandissima dell’Ashtanga Yoga: Nancy Gilgoff, che sosteneva che l’ashtanga è una pratica “draft”, cioè tecnicamente “sporca”, inquanto rapida (lo si vede nelle foto storiche di Krishnamacharia o Pattabi Jois, dove affrontano le asana in una maniera che oggi definiremmo “non allineata”, ma loro avevano dei concetti nella pratica che erano probabilmente “energetici”, più che funzionali), cosa che negli anni è stata mitigata da Maestri come Richard Freeman che sosteneva giustamente di fare “Ashtangar”, cioè di avere portato nella tecnica dell’Ashtanga gli allineamenti (o alcuni di essi) dell’Iyengar. Fatto sta che comunque nel Vinyasa, che sia flow o ashtanga, si da molta importanza al flusso proprio perchè la caratteristica della pratica è questa. Il Maestro Mark Darby è estremamente puntuale, ma vario, nel ritmo della pratica e utilizza varie tecniche di conteggio, una di queste addirittura pronunciando tutti i bijamantra dei chakra per scandire l’inspiro e l’espiro, trovando un timing eccezzionale (provato durante il suo stupendo Teacher Training). Una sua raccomandazione ricordo era di non stare troppo a sistemarsi nella posizione, perchè doveva essere dato ritmo al flusso, quindi, magari entrare come si riusciva e cercare di stare sul respiro… quindi come sosteneva la Gilgoff, entrare nel respiro senza indugiare in sistemazioni eccessive. David Swensonn a tutti questi dubbi ha dato una risposta pragmatica da americano quale è, la prima serie dell’Ashtanga deve essere terminata tutta, compresi saluti al sole, tutti i vinyasa, e chiusure in 1 ora e 20 o massimo in 1 ora e mezza. Chi ha fatto il suo Teacher Training (io l’ho fatto) è stato cronometrato nel conteggio dei saluti al sole (lo fa uno per uno per verificare come conti e se rispetti i tempi) e durante la conduzione della pratica (ti fermava e diceva: a questo punto dovete più o meno essere al navasana, se siete più avanti siete troppo veloci, se siete indietro troppo lenti). Tutto questo dimostra quanto nel vinyasa il giusto ritmo sia necessario per considerarlo appunto “Vinyasa”. Per ciò che riguarda l’Ashtanga esiste un metodo molto semplice di verifica, prendete il video di Pattabi Jois che guida la prima serie su Yotube.

Il video dura 1 ora e 18 minuti sigla iniziale e mantra compresi (circa 3 minuti), in quel caso il Maestro fa 3 saluti al sole A e 4 saluti al solo B, ma anche se ne avesse fatti 5 e 5 era perfettamente all’interno del range che abbiamo citato (se lo ha detto Swensonn, la regola gliel’ha data Pattabi Jois, lui è molto rigoroso) … e se non conta giusto lui, non so chi possa farlo. Io tendo ad essere piuttosto conservatore in queste cose, per cui, non mi prendo libertà e l’Ashtanga lo tengo col ritmo originale (cioè la prima serie si fa in 1.20 o 1.30 chiusure comprese), per cui quando facciamo una pratica dove arriviamo al navasana e magari non faccimo fare il vinyasa tra un gamba e l’altra ma solo tra un’asana e l’altra, dire che 1 ora è più che sufficiente, altrimenti stiamo facendo la sequenza delle asana dell’ashtanga, ma non Ashtanga Vinyasa Yoga. Un dettaglio, nel video che ho citato noterete che manca un’asana, il parivrtta parsvakonasana… alla faccia di quelli che la sequenza è scolpita sulle tavole della legge, il Maestro la sequenza nella sua storia l’ha variata alcune volte, con buona pace dei puristi dell’inviolabilità.. ma questa è un’altra storia.

Simone Faedi

Eventi Yoga in Novembre, modernyoga a Bologna, Porto Viro e Ferrara, Master class e Workshop con Simone Faedi

Il mese di Novembre sarà molto intenso per le attività di Modernyoga network legate allo Yoga. Si parte il Sabato 18 Novembre a orto Viro con un Workshop dedicato al Core e a Uddiyana Banda presso il Centro Sangat, potenza e stabilità quindi, si proseguirà il 25 Novembre a San Giovanni in Persiceto, con la scuola di Danza DM Ballet della Maestra Miriam Cassanelli per chiudere il giro il 3 di Dicembre con un lungo workshop dedicato tutto ai Chakra, alla loro comrensione  e soprattutto alla loro armonizzazione presso la modernyoga Shala di Ferrara. Le classi saranno tenuto da Simone Faedi.

per informazioni yoga@modernyoga.it   tel e whatsapp 3484088442