Yoga applicato: lavorare sul senso di inadeguatezza

Capita spesso nelle pratiche di Yoga dinamico come Ashtanga o Vinyasa Yoga che gli allievi arrivino le prime volte e vedendo magari altri praticanti “più bravi” (se questo termine può avere un significato nello Yoga) cominciano a dire: ma non è che la classe sia troppo avanzata? Non sarebbe meglio che stessi in una classe del mio livello? Ma perchè maestro non fa delle classi propedeutiche in modo che quelli come me possano imparare “la base”… e via così. Ovviamente agli allievi che iniziano si presta una maggiore attenzione e si cerca di dargli istruzioni aggiuntive (dopo in questo caso scatta la sensazioni degli allievi più anziani del… non si occupa più di me come una volta, ma questa è un’altra storia ;-), ma lo yoga è un percorso in divenire, dove parlando di asana (in questo caso mi sto concentrando sul cosa accade nelle classi di ashtanga e vinyasa) si comincia a fare yoga proprio nel momento in cui si accetta la propria postura in base a come il nostro corpo può riconoscerla. Ci sono scuole ortodosse che ritengono che se “non chiudi” l’asana non puoi accedere a quelle ritenute successive (accade per l’ashtanga Yoga che è praticato su sequenza codificate). Chiudere l’asana già è un concetto estraneo al rispetto del proprio corpo, si dovrebbe dire, chiuderla per come il tuo corpo ti permette, esistendo tantissime versioni diverse della stessa asana che permette i benefici della stessa senza la necessità di raggiungere le forme più estreme. Chiaramente il nostro ego si esalta quando chiudiamo la versione più “estrema”, proprio per questo è necessario non solo accettare come l’asana viene vissuta dal nostro corpo, ma anche come viene vissuta dal corpo degli altri. visto in questa prospettiva è evidente che i livelli e le classi distinte hanno poco senso nello Yoga (cosa diversa se facessimo ginnastica artistica, danza, pesistica, dove è evidente che la performance obbliga ad avere dei liveli). Trasformare quindi una pratica di Yoga, come ad esempio l’Ashtanga, ma potrebbero essercene varie altre, in una sorta di performance dove ci vengono assegnate le “cinture” tipo arte marziale (tipo sono cintura nera se chiudo la tot serie) sinceramente lo trovo personalmente fuori luogo. Purtroppo nel migliore dei casi ci sono scuole che ritengono di dover creare i livelli col maestro/guru che elargisce e dispensa le asana per motivi di non si sa quale discendenza, mentre nel peggiore dei casi, questo diventa un metodo per far fare a vita le stesse cose agli allievi così da fidelizzarli sfruttando il loro senso di inadeguatezza e fornendo una mirabile scusa a loro stessi per non sperimentare e migliorare (soprattutto dentro, non tanto nell’asana). Questo creare livelli, meriti, pratiche avanzate, ovviamente sulle persone già rigide mentalmente crea un terreno perfetto per farle entrare nella loro zona di comfort perfetta, gli si da il percorso, gli si dice quali sono i muri da superare, li si gratifica quando il guru/maestro gli offre la possibilità di avanzare (sotto lo sguardo invidioso degli altri che invece ancora anelano a provare l’esperienza di quella o l’altra asana) portandole ad essere ancora più rigide, facendogli credere di fare chissà quale percorso iniziatico. Il lavoro sul senso di inadeguatezza sul quale si fonda la nostra società e la paura del domani dovrebbe partire da chi insegna ogni giorno, dando strumenti per rilassare le persone sul “risultato” non rendendole schiave delle loro rigidità e offrendogli la maniera di sperimentare e conoscere le cose meravigliose ed inattese che la loro mente, il loro spirito, il loro corpo e il mondo che li circonda può fare senza che loro ne abbiano ancora coscienza.

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